Arya

Cantautrice

Quello di Arya con la musica è un rapporto viscerale e atavico iniziato a ritmo di salsa quando da piccola ascoltava il papà musicista suonare a casa. Oggi per Arya la musica è introspezione e condivisione, è la necessità di esprimersi attraverso la voce ed il corpo, è la possibilità di entrare in contatto con gli altri, perché in fondo c’e qualcosa di universale nel modo in cui tutti noi sperimentiamo esperienze e sensazioni.

Arya in tre parole, un profumo, un colore, un sapore.

Il legame con la natura è per me da sempre molto forte. Forse l’odore che più mi riporta a questa dimensione è quello di prato, erbaceo e avvolgente. L’azzurro è sempre stato il mio colore preferito, è il colore del mare, che racconta bene della mia forte connessione con l’elemento acqua. L’agrodolce infine, è il sapore che più mi corrisponde: esistono sapori apparentemente contrastanti che non ci saremmo mai aspettati potessero coesistere, e invece assieme, stanno benissimo.

Qual è la storia del tuo nome?

È il mio nome di battesimo. Durante la gravidanza mia mamma usava praticare yoga e fare meditazione, durante una seduta mi visualizzò come un essere leggero poggiato su una nuvola, all’insegnante, amica di mia mamma, apparve la lettera A, mia zia mi visualizzò come una sirenetta che la giudava nel mare. Ariel sembrava una scelta banale…Arya convinse tutti. Sono molto fiera del mio nome.

Raccontami del tuo rapporto con la musica, quando hai capito di voler veramente investire in questo percorso?

Mio padre è un cantate di salsa, la musica a casa nostra ha sempre avuto un ruolo centrale ed io ho iniziato a cantare quando ero ancora piccolissima. Poi c’e stato il periodo delle lezioni di canto, ancora adesso almeno una volta al mese ripasso un pò di tecnica, le prime band durante il liceo, qualche piccolo concerto dal vivo… L’Università ha rappresentato un momento di passaggio durante il quale mi sono chiesta cosa volessi fare veramente. L’idea era quella di studiare, ma continuare a coltivare questa passione. Ho iniziato a scrivere testi miei, il mio primo pezzo risale al 2018. Poi ho conosciuto i ragazzi dell’etichetta indipendente Atelier 71, lavorare assieme è stato fin da subito molto naturale e forse proprio l’incontro con loro mi ha fatto pensare: Ok, posso farlo davvero!

Com’è l’industria musicale oggi? Secondo te la musica dovrebbe avere un ruolo specifico?

Non necessariamente. Non penso che tutta la musica debba essere sociale. Tuttavia oggi, quello che mi sembra si sia perso, è il concetto di musica come autentica espressione dell’artista. È tutto così artefatto… agli artisti spesso viene chiesto di crearsi un personaggio e una credibilità social ancora prima di poter coltivare la loro musica, e allora mi domando: non è che abbiamo perso di vista l’obiettivo principale?

E tu che rapporto hai con i social media?

È un rapporto che ho vissuto male per diverso tempo, ma adesso sto cominciando a riappropiarmene. Trovo che per un artista, questa costante rincorsa della visibilità social sia erodente. La tendenza a voler mostrare che si stanno facendo cose, anche quando in realtà non le si sta facendo davvero, solo per cercare di essere rilevanti e presenti rischia solo di mettere in secondo piano quella che dovrebbe essere la reale esigenza di un artista: esprimersi. Dunque, io cerco di pubblicare qualcosa solo quando ne ho voglia ed ho veramente qualcosa da dire, non per soddisfare il voyeurismo altrui.

Cosa desideri sperimentino le persone attraverso la tua musica?

I miei brani sono fortemente autobiografici. Racconto di me, di ciò che sento, del mio vissuto. Dopo l’uscita di Peace of Mind, tante persone mi hanno detto di essersi rispecchiate nei miei testi. Questo per me è stato molto bello. In fondo, c’e qualcosa di universale nel modo in cui tutti noi sperimentiamo esperienze e sensazioni. Il mio obiettivo è questa possibilità di empatia e condivisione, lasciare che le persone si connettano con me attraverso la musica.

La musica e la performance dal vivo hanno in qualche modo influenzato il rapporto con il tuo corpo?

Sì assolutamente, come performer sono cambiata molto, l’esperienza prima con Ghemon, e poi con Venerus è stata una vera scuola e mi ha permesso di crescere moltissimo. Il rapporto con il mio corpo è problematico, un pò come per tutti ed è in continua trasformazione. Le lezioni di canto in questo senso mi hanno aiutata moltissimo, sono state quasi terapeutiche.La voce è un organo interno, e dunque soggetta a costanti variazioni dovute al nostro stato fisico ed emotivo, ma anche al clima, ad esempio, il mio insegnate mi ripete sempre che devo imparare ad accettarla per com’è ogni giorno, e questo è esattamente ciò che cerco di fare anche con il mio corpo. Lo sento e lo vedo cambiare costantemente e se da un lato questo mi spaventa, dall’altro mi ricorda di accettarlo, accoglierlo, amarlo. Stare su un palco però significa essere completamente esposti, e non è sempre facile. Durante uno dei primi concerti nei quali mi esibivo come corista, qualcuno dal pubblico gridò “Faccele vedere!” e non posso negare che da quel momento in avanti ho vissuto lo stare sul palco con una certa difficoltà. Qualcosa è cambiato durante questo ultimo tour con Venerus, c’e stato un momento in cui mi sono proprio detta “Divertiti!” e così ho fatto. Scoprire Fantabody ed utilizzare alcuni dei capi durante le performance è stato fondamentale. Per me che non ho il classico fisico europeo, trovare abiti che mi vestissero bene è sempre stato problematico, ma questi body pur esponendo molto il corpo mi hanno fatta sentire completamente a mio agio!

Di cosa sei orgogliosa?

Riascoltando i brani di Piece of Mind, pur trattandosi di pezzi scritti in periodi molto diversi della mia vita, mi rende orgogliosa riconoscermi, ritrovarmi. Quando è nata l’idea di fare un EP per me l’obiettivo è stato sin da subito quelli di non perdermi. Sono orgogliosa di essere riuscita a restare autenticamente me stessa.

Cos’ è per te la femminilità?

Essere semplicemente se stessi.

FANTAGIRL I AM THE WOMAN I AM is a project by Fantabody in collaboration with Vogue Italia.

The photographic project made in collaboration with Giustina Guerrieri, a young communication specialist who had always an interest in voicing real stories whilst exploring the boundaries of femininity.

An ode to the female body, regardless of its shape and skin colour. A research that promotes diversity as a starting point for addressing topics such as disability or immigration, which are approached with an inclusive, curious and prejudice-free attitude. Portrayed in her seductive uniqueness, every photographed subject has the opportunity to tell her story and reveal her nature with pride. An all-female collaboration where the protagonists are shot by selected female photographers and interviewed in the form of an intimate exchange of anecdotes and experiences.

The project is published monthly on vogue.it.

Fantabody Meets
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